fbpx
Editoriale

Alice nel paese della Rai

Francamente, vorrei poter dire, me ne infischio delle accuse di “sovranismo” ai lottizzatori di turno per i vertici e quanto altro possibile della RAI, una volta EIAR, che ha il privilegio di essere finanziata con certezza a prescindere dalla qualità delle sue trasmissioni. In questa ennesima occasione, che conferma la tradizione quasi secolare di un rito che richiede garanzie perché si compia, sulla base di leggi e regole, di organi e commissioni di vigilanza, come capita per i “servizi” e l’antimafia, c’è ancora chi ha il coraggio e l’ipocrisia di scandalizzarsi. Io penso che chi governa farebbe bene a dare un segnale di deciso cambiamento, facendo una riforma radicale del sistema, rendendo la RAI capace di soddisfare le giuste attese di milioni di contribuenti obbligati a pagare il canone, senza avere in cambio un servizio pubblico equo e degno di questo ruolo, mentre l’opposizione di turno dovrebbe fare ammenda per le responsabilità maturate nelle gestioni precedenti. In buona sostanza, oggi tutti si chiedono perché il servizio radiotelevisivo pubblico debba essere guastato, reso sincopato dalla pubblicità commerciale, quando dispone in partenza di un budget certo e garantito; perché le produzioni e le fasce orarie di maggiore impegno e fruibilità sono riservate al demenziale e al diseducativo , dai serial imitativi di dubbio gusto a quelli propedeutici alla ludopatia; perché si debba sistematicamente ricorrere a format acquistati sul mercato internazionale, piuttosto che utilizzare risorse che dovrebbero essere all’interno di un’Azienda che conta un esercito di undicimila dipendenti; perché si collocano i programmi di maggiore valore formativo e culturale nelle fasce orarie meno fruibili e/o nei canali alternativi, che ghettizzano la qualità riservandola ai cittadini già eruditi ed orientati; perché giunti alla fine di maggio inizi puntualmente il disarmo delle trasmissioni, mandando in vacanza autori, conduttori e utenti, imbottendo i palinsesti con materiali del riuso, quelli vintage degli archivi e delle “teche RAI” a costo zero, mentre il canone corre comunque per tutti i mesi dell’anno. Non parliamo poi dello sfruttamento storico dei “precari” o dei contratti milionari riservati a chi nei decenni è stato chiamato dall’esterno per dare sostegno alla insufficiente produzione dell’Azienda , che per sua natura e storia è stata ed è speculare alla società civile italiana con potenziali virtù, ma sostanziali vizi. Lo strapotere della burocrazia, l’eccesso di pesi e contrappesi, l’arroganza ed il cinismo della politica hanno generato disinformazione e confusione in una collettività che non è più riuscita a distinguere la differenza tra la RAI e le aziende commerciali del settore, accettando che di fatto si facesse di tutta l’erba un fascio, salvo l’ulteriore costo di abbonamenti e card per usufruire di altri servizi fondamentali di profilo culturale o sportivo. Infine, la questione principale, quella della meritocrazia che, non soltanto nella RAI, è stata ed è la grande assente nel settore pubblico del nostro Paese, che si è progressivamente seduto, perdendo il trend dell’innovazione e della competitività. Cari ragazzi, questa è la triste realtà. Il nepotismo non è meno pernicioso di altri perversi mali che avvelenano il sistema. Credo da sempre che chi governa deve avere il coraggio di governare, come chi si oppone deve avere l’onestà intellettuale di non farlo a prescindere. Infine, fate quel che volete, ma restituiamo alla RAI ruolo ed autorevolezza, completezza, economicità, qualità ed equità.

Ruggero Alcanterini

Direttore responsabile de L’Eco del Litorale

Articoli correlati

Pulsante per tornare all'inizio
Notizie anzio, nettuno