Editoriale del Direttore

RIFLESSIONI DEL DIRETTORE: LA SOLITA STORIA DEL PASTORE

Si celebrano oggi i venticinque anni dall’inizio della catastrofe italiana, ovvero da quando avvenne l’arresto di Mario Chiesa, Presidente del Pio Albergo Trivulzio, dando praticamente l’avvio ad una azione sistemica, con il nome convenzionale di MANI PULITE, che soltanto a Milano portò ad indagare e in parte ad arrestare quattromilacinquecento quadri dei partiti di governo, ovvero di tutti i rappresentanti della politica, salvo quelli della Lega Nord e della destra storica. I risultati e le conseguenze di quella mattanza nazionale con più assolti che condannati e che mise sotto uno schiacciasassi la Prima Repubblica sono sotto i nostri occhi, ma ancora non siamo in grado di decifrarne la logica, posto che la corruttela è cresciuta geometricamente in un quarto di secolo a tutti i livelli e ben oltre i partiti, che sono passati dal finanziamento pubblico ad una nebulosa e al sistema super burocratizzato degli appalti, che in virtù dei veti incrociati – tramite TAR e il massimo ribasso – hanno portato al collasso gestioni e servizi essenziali. Tre anni dopo l’arresto di Chiesa per una tangente di sette milioni e cinquecentomila lire, equivalenti a meno d quattromila euro, mi venne spiegato da un commissario di PS di Milano, durante un convivio estivo da Pro Loco in Umbria, quello che da ieri le reti TV raccontano come uno scoop, ovvero che era tutto organizzato, che il trappolone era stato preparato con cura e che il Chiesa era soltanto il primo estratto della lista disponibile, quindi beneficiario di una busta con banconote siglate e fotografate, ascoltato in diretta dal PM Di Pietro tramite una penna stilo spia addosso al “corruttore” e arrestato un minuto dopo l’avvenuta consegna del “malloppo”, in flagranza di reato. In conseguenza di quella azione di “pulizia”, il sistema dei partiti storici si accartocciò su se stesso e andò giù peggio delle case con il terremoto. Morti e feriti, imputati colpevoli e innocenti, ma soprattutto gli italiani vittime del prima e ancor di più del dopo, per la pessima gestione che si fece dell’operazione, che mi fa sempre più pensare ad una “gate” americana di ieri, come a quelle di oggi, di cui – corsi e ricorsi storici – è titolare il neo Presidente Trump, come ieri lo furono Kennedy e Nixon, piuttosto che Reagan e i Bush o i Clinton e Obama. Onestamente, va riconosciuto che la massima che sconsiglia la cura “quando è peggiore del male” ha un senso se consideriamo , al di la delle giustificazioni dei soloni dell’economia, anche consulenti di banche e agenzie della finanza internazionale, che i nostri guai sono iniziati giusto venticinque anni fa, quando l’Italia era a buon titolo uno dei Paesi leader della industria mondiale, a buon titolo nel G7 e soprattutto star dei prodotti di eccellenza, del turismo, della cultura e delle grandi opere nel mondo. Quando Raul Gardini, mecenate della vela con “Il Moro di Venezia”, sfidò a tu per tu gli americani nell’America’s Cup e irruppe con le sue aziende a sostegno dell’agricoltura russa in crisi non fece certo piacere alla concorrenza, come accadde decenni prima con Mattei nella disputa del petrolio con ENI, contro le Sette Sorelle. La stessa morte tempestiva di Raul, come quelle di Cagliari e Castellari, lasciò incomplete le indagini sulle tangenti Enimont (centocinquanta miliardi di lire/settantacinque milioni di euro in deposito alla banca di monsignor Marcinkus, lo IOR) e salvi una parte dei beneficiari, mai rivelati. Gli stilisti e gli assi del design italiano dominavano la scena internazionale e Bettino Craxi manifestava ambizioni pari alla sua statura fisica, al vertice della socialdemocrazia mondiale. Dopo la caporetto della Prima Repubblica, furono rapidamente svendute o smantellate grandi aziende industrie dello Stato e infine rinunciammo a battere moneta, lasciando a Banca d’Italia un ruolo quasi coreografico, a parte i lauti stipendi di dirigenti e funzionari. Adesso, il Ministro dell’Economia, Padoan, ci spiega che per abbassare il debito dobbiamo privatizzare, ovvero vendere gli ultimi gioielli di famiglia, come le poste e parte del patrimonio immobiliare pubblico, mentre la Magistratura riprende a mandare i segnali di venticinque anni fa, spedendo avvisi a destra e a manca , con l’inevitabile ulteriore abbassamento del livello di qualità della politica, già al limite dell’impossibile, posto che per fare i deputati e i senatori si rischia di ricorrere alla lotteria, mentre mettere la fascia da sindaci equivale a mettere la testa sul ceppo. Onestamente io, oltre a registrare la cronistoria del disastro annunciato, non saprei indicare un’alternativa alla via del non ritorno, ma se qualcuno ha qualche cosa di serio da suggerire lo faccia in fretta, prima che sia troppo tardi.

Ruggero Alcanterini

 

 

 

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