
Applicare il cosiddetto “modello Atalanta” alla Roma è diventato un tema ricorrente fin dall’annuncio di Gian Piero Gasperini sulla panchina giallorossa. L’allenatore piemontese, protagonista del lungo ciclo vincente a Bergamo, rappresenta infatti uno dei principali artefici di un sistema che ha coniugato risultati sportivi e sostenibilità economica. Tuttavia, la stagione della Roma ha evidenziato come il semplice innesto di un tecnico con determinate idee non basti a replicare un meccanismo costruito in anni di lavoro coerente e continuo.
È indubbio che la Roma dovrà sudare ancora prima di tornare ad essere considerata una vera big, in Italia e non solo. L’affidabilità della squadra giallorossa sul campo e anche tra le scommesse sportive è venuta meno negli ultimi tempi e la stagione è stata rapidamente compromessa, complice anche l’exploit inatteso del Como di Cesc Fabregas. Solo il tanto atteso ritorno in Champions League potrebbe far apparire quella di Gasperini come una scelta azzeccata, perché nell’ambiente non si esclude un altro cambio di allenatore. I dubbi restano leciti anche alla luce della separazione da Claudio Ranieri per evidenti discrepanze proprio con l’ex allenatore bergamasco. La proprietà romana, al termine della stagione, si troverà di fronte ad un bivio: cambiare nuovamente guida tecnica e ripartire con un nuovo anno 0 o proseguire sotto l’egida di Gasperini, consapevoli però che il modello Atalanta non sarà facilmente (e soprattutto velocemente) ricreato. Le difficoltà incontrate sul campo e fuori indicano chiaramente l’esistenza di ostacoli strutturali più profondi.
La pressione
Il primo elemento riguarda la pressione ambientale e mediatica, radicalmente diversa rispetto a quella vissuta a Bergamo. L’Atalanta ha potuto crescere lontano dai riflettori più intensi, costruendo nel tempo un’identità precisa senza l’obbligo immediato del risultato. A Roma, al contrario, ogni passaggio viene amplificato, ogni scelta analizzata e spesso contestata. La squadra giallorossa, dopo un avvio di stagione incoraggiante, ha progressivamente perso terreno, mostrando difficoltà nella gestione dei momenti chiave delle partite. Fino a un paio di mesi fa si parlava concretamente di una possibile corsa al vertice, ma il calo di rendimento ha ridimensionato le ambizioni. Va detto, in ogni caso, come l’organico attuale della Lupa sia lontano dal poter competere con le prime della classe come Inter e Napoli, tanto per qualità quanto per ampiezza della rosa.
In un contesto con pressioni del genere, diventa complicato applicare un modello che necessita di tempo e pazienza. A Bergamo, Gasperini ha potuto lavorare per stagioni senza essere messo costantemente in discussione. Nella Capitale, invece, anche pochi risultati negativi possono generare un clima di tensione. Non è un caso che negli ultimi anni siano state messe da parte figure storiche come Daniele De Rossi, esonerato senza troppe remore, a testimonianza di una scarsa tolleranza verso percorsi non immediatamente vincenti.
L’aspetto economico
Il secondo aspetto riguarda la gestione economica e, in particolare, il tema delle plusvalenze. Lo stesso Gasperini ha più volte sottolineato come l’Atalanta abbia beneficiato di “paccate di utili”, generate attraverso una politica di scouting e valorizzazione di talenti poi rivenduti a cifre elevate. Questo sistema ha consentito al club bergamasco di reinvestire costantemente, mantenendo alta la competitività pur cambiando molti interpreti. A Roma, però, un approccio simile incontra resistenze evidenti.
La tifoseria giallorossa, infatti, fatica ad accettare la cessione sistematica dei propri migliori giocatori, interpretandola come un segnale di ridimensionamento piuttosto che come una strategia virtuosa. Inoltre, la Roma viene percepita come un punto d’arrivo e non come una tappa intermedia: un elemento che incide anche sulle scelte dei calciatori e sulla costruzione della rosa. In questo contesto, replicare il modello Atalanta significherebbe cambiare radicalmente la cultura sportiva del club, operazione complessa e dai tempi inevitabilmente lunghi.
Lo scouting
Un terzo fattore determinante riguarda il settore giovanile e l’organizzazione dello scouting. Pur disponendo di un vivaio storicamente produttivo, la Roma non ha sviluppato negli ultimi anni una struttura altrettanto integrata rispetto a quella dell’Atalanta. A Bergamo, il lavoro degli osservatori è strettamente connesso alle esigenze dell’allenatore, creando una filiera coerente che facilita l’inserimento dei giovani in prima squadra. A Trigoria, invece, i frequenti cambi di guida tecnica e dirigenziale hanno spesso interrotto questo processo.
I giovani talenti giallorossi, in molti casi, vengono utilizzati come strumenti per generare plusvalenze utili a sistemare i conti, piuttosto che essere inseriti stabilmente in un progetto tecnico. Inoltre, l’assenza di continuità in panchina rende più difficile costruire un sistema di gioco riconoscibile nel quale far crescere i prospetti. Gasperini, nel suo ciclo all’Atalanta, ha potuto contare su una stabilità rara per il mondo italiano, ma fondamentale per sviluppare automatismi e valorizzare al meglio le caratteristiche dei giocatori.




