Editoriale

OLIMPIADI E GUERRA FREDDA

18 GIUGNO 2016

PUTIN E BACH
Tornano i fantasmi della guerra fredda in chiave olimpica. Il nuovo Presidente del CIO, Thomas Bach si rivela prudente, mentre il Presidente della IAAF, l’inglese Sebastian Coe non esita nella sospensione della Federazione Russa, dopo essersi ritenuto peraltro parte lesa per i danni all’immagine dei XXX Giochi di Londra. Il problema in chiave doping investe complessivamente l’Agenzia Russa, in difetto al punto che, secondo la relazione di oltre trecento pagine della WADA, va sospesa globalmente la partecipazione internazionale di atleti russi per un anno e quindi alle prossime Olimpiadi di Rio. Intanto è in discussione anche la gestione dell’antidoping a Sochi, Giochi Invernali del 2014. Oggi, anche la conferma delle sanzioni UE alla Russia, a seguito della crisi ucraina, mentre Putin protesta e Renzi lo sostiene, firmando accordi commerciali per un miliardo…
Ricordiamo tutti i Giochi dimezzati di Mosca e Los Angeles nel 1980 e 1984: allora l problema discriminante non era il doping di stato, diffusissimo e letale, ad est come a ovest, ma più propriamente la questione politica, che tuttora si pone in forme diverse e in salsa terrorismo (fenomeno iniziato con i Giochi di Monaco 1972). Il dubbio che permane è relativo proprio alla vecchia formula olimpica, che vede sempre più al centro colossali investimenti, quale reale materia del contendere pretestuosamente sportiva, ma in realtà politica e non ultima la visione nazionalistica del confronto quadriennale. Ai Giochi sventolano le bandiere e volano alte le note degli inni, a supporto di un medagliere che continua ad essere un elemento distintivo del merito trasformato in uno sfoggio di potenza. Vogliamo ridimensionare ogni forma possibile di doping? Vogliamo eliminare le interferenze politiche e gli intrighi internazionali a sfondo nazionalistico? Tentiamo la via dell’utopia, riportiamo lo sport ed i Giochi ad una dimensione terrena, togliamo di mezzo le appartenenze e celebriamo rigorosamente le qualità agonistiche dei singoli talenti o squadre di club; deviamo il fiume di danaro collegato al professionismo sportivo, che alimenta irrimediabilmente questa pandemia, con danni spaventosi per la salute anche mentale dei cittadini del mondo.

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