Editoriale del Direttore

Quando ho capito cosa era

Quando ho capito cosa era accaduto a Gianmarco Tamberi, il mio pensiero è corso direttamente alla drammatica rottura del tendine d’Achille, che capitò in gara a Franco Menichelli, ai Giochi di Città del Messico, nel 1968. Lui era l’astro olimpico in orbita da Roma 1960, passando per il trionfo di Tokio e quando concluse traumaticamente l’esercizio a corpo libero, la giuria gli attribuì comunque un importante 9.30. Purtroppo quel trauma estremo mise di fatto fine alla sua carriera agonistica, anche se me lo ricordo personalmente in una bella trasferta alle Universiadi di Mosca nel 1973. Per quanto riguarda il popolarissimo Gimbo, appena all’inizio di un percorso che si è annunciato altrettanto luminoso, vorrei dire che non vanno assolutamente sottovalutati fattori che possono fortemente condizionare comportamenti e risultati. La rottura della scarpa nel momento critico del salto, quando la sollecitazione è massima, equivale ad un difetto di esecuzione, con la differenza che l’atleta non ne è autore consapevole, ma vittima incauta. Diciamo che Tamberi è stato vittima di un incidente, ma anche della insufficiente tenuta della calzatura. A questo punto, corro con il pensiero al mio amico “Pico” Antonio Dal Monte, re della biomeccanica applicata allo sport e mitico direttore del Centro di Medicina Sportiva CONI all’Acqua Acetosa: chissà cosa si sarebbe inventato, personalizzando una sua magia per Gimbo e cosa sarebbe ancora capace di inventare, tra un giro in aereo e una volata con il suo supermotoscafo…

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