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Popper e Lorenz sull’evoluzionismo

Nel 1989 l’editore Rusconi diede alle stampe un dialogo tra Karl R. Popper, il più grande filosofo della scienza del secolo scorso, e Konrad Lorenz, padre dell’etologia moderna. Il volume, intitolato Il futuro è aperto, conobbe un grande successo, fu poi ripubblicato da Bompiani nel 2002 ed è tuttora disponibile nelle librerie. Molte riflessioni dell’epistemologo e dello studioso del comportamento animale cercano di rispondere a un interrogativo comune: come conferire un senso e una portata non meramente strumentali alla teoria dell’evoluzione di Charles Darwin?

Il tema del colloquio tra i due autori è insomma la questione del del perché l’evoluzione sia “direzionale”. In altri termini, se – come spesso è stato ipotizzato – lo sviluppo delle specie si può spiegare nel modo più semplice a opera del caso, come tentò di fare tra gli altri Jacques Monod nel suo celebre libro Il caso e la necessità, allora sarebbero occorsi almeno cento miliardi di anni per produrre le attuali forme di vita presenti sulla Terra. E, invece, il tempo impiegato è stato di gran lunga minore, ragion per cui sorge il giustificato sospetto che l’evoluzione stessa contenga un elemento direzionale, “qualcosa che va verso l’alto”, qualcosa in grado di accelerare il processo e tale da inglobare una caratteristica “creativa”.

Su cosa sia in realtà un simile elemento creativo Popper e Lorenz avanzano solo delle ipotesi. Da buoni immanentisti essi rifiutano qualsiasi spiegazione di carattere religioso, preferendo ricorrere alla presenza di una sorta di “dèmone” scientifico la cui natura non ci è conosciuta. E’ comunque difficile sfuggire alla classica domanda: “Come può dalla necessità della semplice ripetizione e dal caso, che è solo errore, come può, dunque, da due cieche banalità, originare il fuoco della vita e dello spirito?”.

La risposta è in perfetto stile socratico. Posti di fronte a simili quesiti, noi possiamo replicare formulando soltanto delle “congetture”, senza dimenticare che la loro natura ipotetica non potrà mai condurci a soluzioni definitive. Ammettendo di “non” sapere, assumendo di fronte al mondo che ci circonda un’attitudine di assoluta umiltà, si può operare in modo da raggiungere qualche risultato significativo tanto sul piano scientifico quanto su quello filosofico. In sostanza, afferma Popper, “io vorrei guardare a Socrate come a colui che non sa, come all’uomo che sapeva di non sapere niente. Noi, in effetti, non sappiamo nulla; e anche quello che ho detto adesso è una pura congettura. Ma vorrei aggiungere che il ruolo dell’essere vivente che cerca un mondo migliore non deve essere sottovalutato”. Noi siamo cercatori, la vita è “scettica” – dal verbo greco che significa “cercare” – sin dall’inizio. La vita non è mai soddisfatta delle condizioni in cui si trova, ed è audace nelle sue avventure.

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Michele Marsonet

Filosofo, Professore di filosofia della scienza e metodologia delle scienze umane, Presidente del dipartimento di filosofia e vicerettore per le relazioni internazionali dell’Università di Genova

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