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Conviene davvero espandere ancora la UE?

Conviene davvero espandere ancora la UE?. Tralasciando le discussioni dotte e specialistiche sull’identità culturale europea, su pregi e difetti della UE e sulle sue prospettive, vorrei adottare il punto di vista più semplice e forse ingenuo del comune cittadino che si pone inevitabilmente delle domande quando legge certe notizie. Sono in realtà quesiti che si affacciano anche alla mente degli specialisti, ma assumendo un tono oracolare essi fanno solo finta di rispondere e, di conseguenza, la gente non comprende.

Il processo di allargamento dell’Unione prosegue in modo inesorabile e sia pure tra alti e bassi. Di recente ha ottenuto semaforo verde l’Albania, che bussava alla porta da parecchio tempo. Ora si sono candidati anche Ucraina (prima dell’invasione), Moldavia e Georgia.

Quest’ultima non è ovviamente l’omonimo stato USA, bensì l’ex repubblica sovietica che confina con la Russia a nord, e con Turchia, Armenia e Azerbaijan a sud. Secondo le mie modeste nozioni di geografia è un Paese caucasico, e almeno al sottoscritto non è mai passato per la testa di definire il Caucaso quale parte dell’Europa. Forse sbaglio, ma continuo a pensarla così.

Molti quotidiani hanno opportunamente rammentato che anni fa – prima della crisi – le massime autorità della UE elaborarono il progetto della “Grande Europa”. L’idea, implicita, era di passare dallo schema bipolare Occidente-Oriente a uno monopolare: al centro Bruxelles (ma si deve intendere Berlino-Parigi) e poi via via una serie di anelli, fino ad arrivare a Mosca.

E l’Italia? Calma, ci siamo anche noi, almeno sul piano delle idee. Quando (1999-2004) era presidente della Commissione europea Romano Prodi, l’entusiasmo per l’allargamento a oltranza crebbe a dismisura. La cosa gli è poi stata rinfacciata, anche con toni aspri, molte volte, ma credo che nonostante tutto l’ex Presidente del consiglio italiano sia tuttora convinto di aver avuto ragione.

Non so, può anche darsi che l’idea in sé sia ottima. Mi rammenta una celebre espressione di Giorgio Amendola: “L’Europa dall’Atlantico agli Urali”, anche se qui si va addirittura oltre. Però da allora la situazione è parecchio cambiata.

Innanzitutto l’asse Berlino-Parigi è sparito ed è stato rimpiazzato da un’egemonia tedesca praticata senza remore. I francesi sono a rimorchio anche se non lo ammettono, e il Regno Unito se n’è andato. Da notare, tra l’altro, che la suddetta strategia espansiva non è mai stata avallata da un consenso popolare basato sul voto. Anzi, in genere la maggioranza dei cittadini dei vecchi Paesi membri ha fatto capire di non gradire ulteriori allargamenti. Si tratta quindi di un progetto elaborato a tavolino nelle stanze di quelli che contano davvero a Bruxelles (e sono pochi).

Qual è, tuttavia la domanda di fondo, e facile da formulare, che si pongono i “vecchi” cittadini dell’Unione? E’ la seguente. Ma come, la UE altro non fa che parlare di divieti di sforare precisi limiti nel deficit, rimprovera in continuazione i “reprobi” dell’Europa del Sud per la loro scarsa virtuosità, e poi scopriamo che si vuole favorire l’entrata di Stati in condizioni ancor peggiori?

Mi pare ovvio che una risposta sensata alla domanda non c’è. Si possono tutt’al più menzionare ragioni geopolitiche che non sono difficili da individuare. La UE non ha la forza militare per sostenerle, e deve per forza appoggiarsi agli Stati Uniti. Ma è pure evidente che ai cittadini dei Paesi più colpiti dalla crisi delle ragioni geopolitiche importa poco.

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Michele Marsonet

Filosofo, Professore di filosofia della scienza e metodologia delle scienze umane, Presidente del dipartimento di filosofia e vicerettore per le relazioni internazionali dell’Università di Genova

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