XVII GIOCHI OLIMPICI – ROMA 1960 - IL DOVERE COMPIUTO (288a puntata) PALLANUOTO - L'Eco Del Litorale | Notizie online


Nota del direttore

XVII GIOCHI OLIMPICI – ROMA 1960 – IL DOVERE COMPIUTO (288a puntata) PALLANUOTO

  – ERALDO PIZZO (Genova, 21 APRILE 1938). A 22 anni, si è aggiudicato la Medaglia d’Oro con la squadra composta da lui e da Amedeo Ambron, Danio Bardi, Giuseppe D’Altrui, Salvatore Gionta, Giancarlo Guerrini, Franco Lavoratori, Gianni Lonzi, Luigi Mannelli, Rosario Parmegiani, Dante Rossi e Brunello Spinelli. Noto con il soprannome di “Caimano”, ha portato a casa la vittoria ai Giochi del Mediterraneo nel 1963 a Napoli e nei Campionati Europei per Club con la Pro Recco nel 1965, nonché dal 1959 al 1982 sedici scudetti tricolori, di cui quindici con la calottina della Pro Recco, di cui è divenuto poi Presidente e Vice, quindi con il, Bogliasco nel 1981. Agonisticamente longevo, si è ritirato nel 1982, a quarantaquattro anni. Dopo l’Olimpiade romana, ha traguardato anche quelle di Tokio, Città del Messico e Monaco. In occasione dei Giochi Invernali di Torino 2006, ha fatto anche l’esperienza del Tedoforo. Infine è stato insignito dal CONI della Medaglia d’Oro al Valore Atletico e nel 2015 del Collare d’Oro al Merito Sportivo.
Ha indossato la calottina della Nazionale dal 1958 (Europei di Budapest) al 1972 (Olimpiade di Monaco) con la quale è stato medaglia d’oro ai Giochi Olimpici di Roma del 1960 e ai Giochi del Mediterraneo di Napoli del 1963. Ha giocato con la Pro Recco dal 1951 al 1953 nelle squadre giovanili e fino al 1982 conquistando quindici scudetti. Due sole parentesi dal 1977 al 1980 con la Fiat Torino e nella stagione 1980/81 con la Rari Nantes Bogliasco vincendo l’unico scudetto della storia di questo club.
Si è ritirato dall’attività agonistica nel 1982, a 44 anni, dopo aver conquistato il primo scudetto della storia del Bogliasco e nei tre anni successivi è stato presidente della Pro Recco. Nel primo anno da Presidente ha vinto subito la Coppa dei Campioni ad Albaro contro gli olandesi dell’AZC Alphen. Nel 2005 è stato tedoforo dei XX Giochi olimpici invernali portando la fiamma olimpica per un tratto del centro storico di Genova.
Un po’ di Eraldo e molto di Pizzo
Bandiera della pallanuoto italiana, longevo campione indiscusso, ha costruito il suo successo partita dopo partita diventando una leggenda.
Com’è iniziata la storia della Pro Recco?
Dalle gomme rubate a un camion. Era il 1946 e Recco era stata rasa al suolo dai bombardamenti del 1943. Sono stati più di venti, ma il più devastante era stato quello del 10 novembre. Il Paese era veramente bello, ma non esisteva più. Mentre la città cercava di risollevarsi, cresceva la spinta vitale della ricostruzione. I ragazzi, nonostante la fame e la povertà, d’inverno giocavano a calcio e d’estate a pallanuoto in mare. Era rimasto il ricordo di una società che si chiamava Enotria e prima della guerra aveva espresso buoni pallanuotisti. Un giorno un gruppo di ragazzi, tutti amici, vedono il camion, portano via i pneumatici e li vendono. L’incredibile è che, invece di usare quei pochi soldi per un paio di scarpe o del cibo, hanno comperato i natelli di sughero, le corde e fatto costruire due porte per avere finalmente un campo da pallanuoto vero. Avevano il desiderio, la necessità, di fare dello sport. Così è nata la Pro Recco.
Lei faceva parte di quel gruppo di ragazzi?
No, ne faceva parte mio fratello Piero, che aveva 4 anni più di me, giocava già e anche bene. Avevo 8 anni e a quell’età andavo dove andava lui. Ma non sapevo ancora nuotare e ho imparato perché a forza di andare avanti e indietro dove si tocca, da solo – perché i grandi nel frattempo erano andati a tuffarsi dagli scogli – a un certo punto mi sono accorto che stavo a galla. Avevo 11 anni e ho iniziato a seguirli.
Finendo in squadra.
Due anni dopo giocavo a pallanuoto. A calcio ero negato, in acqua mi veniva tutto facile. La squadra era forte e vinceva. Per due anni di seguito, 1952 e 1953, la Pro Recco è promossa in serie A, ma per disputare il campionato era obbligatorio avere un molo dove l’arbitro potesse camminare avanti e indietro. Invece noi giocavamo in mare con l’arbitro sulla barca che, obiettivamente, non poteva controllare tutti.
Quindi lo avete costruito.
È stata un’idea del sindaco, il ragionier Antonio Ferro. Non ha chiesto soldi, ma inventato la campagna del cemento. Si è rivolto alla popolazione: portate del cemento e noi costruiremo il molo. Abbiamo partecipato tutti. La domenica si passava a fare il molo. Io mi buttavo in acqua con le pietre da mettere nelle gabbie di ferro che sono le fondamenta. Ricordo bene che in aprile facevamo i turni, perché l’acqua era fredda e più di un quarto d’ora non si resisteva. Poi abbiamo costruito la piscina che oggi è intitolata proprio ad Antonio Ferro.
Una storia bellissima.
Allora era naturale. Quando si fanno le cose in comunità diventa tutto più semplice.
Quali successi sportivi le sono più cari?
Il primo titolo di Campioni d’Italia, nel 1959 a Trieste, è indimenticabile. Mio fratello Piero era diventato un allenatore duro, serio, impegnato. Sapeva come guidare noi ragazzi e gran parte del successo si deve alla sua impostazione di lavoro. Siamo arrivati in finale con la Canottieri Napoli, la squadra favorita, e li abbiamo battuti. Ma ridendo e scherzando… avevamo 20 anni, mio fratello 25 e non pensavamo di vincere. Da Recco a Trieste erano venuti una sessantina di tifosi in Vespa (non c’era l’autostrada), con lo scudetto già cucito sulla bandiera.
Nel 1960 vince le Olimpiadi a Roma.
Per uno sportivo significa toccare la vetta. Giocare la finale davanti a 16mila spettatori è stato incredibile.
Dove tiene la medaglia?
Nella scatola di una cravatta della Pro Recco. Dev’essere in un armadio. Ho anche il pallone di cuoio con cui abbiamo giocato la finale olimpica. In un sacchetto di plastica sempre nell’armadio. Tengo tutto.
A Belgrado, lo scorso giugno, ha alzato commosso la Coppa della Champions League vinta dalla Pro Recco.
Mi sono commosso perché una squadra di giovani mi ha chiamato in mezzo a loro e mi ha fatto alzare la coppa per primo. Senti di fare parte di qualcosa che hai contribuito a costruire. Consiglio a tutti di frequentare i giovani per rimanere giovani.
Che consiglio può dare a chi deve affrontare una gara, di qualunque livello e a qualunque età?
Essere concentrati su di sé e sui propri compagni. Pensare alla vittoria non solo non serve, ma può essere controproducente, perché se vai in svantaggio rischi il panico. Se ho potuto giocare e vincere fino a 44 anni, è perché ho sempre giocato più con la testa che con il corpo.
Il Caimano e l’acqua. Non solo quella clorata. Anzi, soprattutto quella salata, almeno all’inizio con quella pallanuoto in mare che spesso torna nelle sue riflessioni. «Ho iniziato a nuotare qui – racconta Eraldo Pizzo sulla spiaggia di Recco -. E all’epoca mica c’erano gli insegnanti di nuoto. Giocavamo sul bagnasciuga. Poi i ragazzi più grandi, a un certo punto, partivano e nuotavano verso gli scogli da dove si tuffavano. Io spesso restavo da solo. E allora iniziavo ad andare avanti e indietro in orizzontale, nuotando ma toccando con le braccia. Un giorno mi sono accorto che il fondo non lo toccavo più: avevo imparato. Da lì a poco, grazie alla mia capacità naturale di galleggiare, iniziai anch’io ad andare a nuoto alla scogliera. E a fare le battaglie con i canottini. Era il 1949, avevo undici anni».
La leggenda è nata qui, anche se sulla carta d’identità ha scritto “Rivarolo, Genova”. Eraldo Pizzo racconta. Sabato, 21 aprile, sono 80 anni, anche se portati con il fisico di un cinquantenne. Appuntamento per gli amici all’Event Beach, il locale a due passi dalla “sua” piscina. Una passeggiata è più di una chiacchierata: una visita ai luoghi del cuore. Gli anni della gioventù sono ricchi di ricordi: «C’era la sabbia qui – dice guardando i sassi -. Facevamo le piste. Ma le biglie non le avevamo. Utilizzavamo quelle palline pelose che arrivano dal mare. Quanto mi sono divertito. Ma giocavamo anche a calcio e a guardia e ladri. Il tempo limite era quello che ti davano i genitori, in genere l’ora del tramonto. E così spesso la partita non finiva. Perché magari i ladri sparivano senza dire niente, erano già tornati a casa. Ma di giochi ne avevamo mille. Li inventavamo. Mi spiace vedere tanti ragazzini oggi con gli smartphone in mano. Secondo me si perdono il bello della vera socializzazione. Anche i giocatori ormai sono così. Però in ritiro per alcuni il gioco delle carte resiste ancora».
Tanti divertimenti. Ma la pallanuoto prima di tutto: «C’era un gioco che facevamo e che, ancora oggi, trovo molto formativo – racconta il Caimano -. Uno in porta e gli altri tutti contro tutti. Chi segnava diventava portiere. Quando ti arrivava la palla non avevi scelta: o tiravi o la buttavi via. Perché altrimenti venivi sommerso da dieci avversari. Io ho iniziato così. A 13 anni ho giocato il mio primo campionato con i ragazzi più grandi. Allora esisteva solo l’Under 18».




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