Lo sceneggiatore e scrittore Marco Tullio Barboni si racconta


Cultura

Lo sceneggiatore e scrittore Marco Tullio Barboni si racconta

Lo sceneggiatore e scrittore Marco Tullio Barboni si racconta, Una giornata tutta casa e casa.

Marco Tullio Barboni, noto sceneggiatore e negli ultimi anni scrittore di successo, come sta trascorrendo questa quarantena forzata? Ci risponde dalla sua casa romana, nel quartiere residenziale dove abita con sua moglie Clara e sua figlia Ginevra, promettente regista esordiente del panorama internazionale, destinata a continuare l’eredità della dinastia Barboni. Proprio Ginevra, infatti, è stata inserita da  Black Lab Film Co tra le 50 registe più promettenti al mondo. Dopo i successi riscossi dal suo primo cortometraggio La vita che ti aspetta, all’estero e non solo in Italia, Ginevra è concentrata adesso sulla realizzazione di un nuovo lavoro che ha scritto insieme al padre (si tratta del corto La chiusura del cerchio, dalla delicata sceneggiatura che tocca la tematica dell’eutanasia, n.d.r.).

Come stai vivendo, Marco Tullio, questa quarantena causata dall’emergenza sanitaria del COVID19?

Con tutta la casa a mia disposizione, io dilato tutti i miei tempi, come ad esempio quello della colazione o quello  della lettura dei giornali sul cellulare. Non fosse per l’inquietudine che inevitabilmente deriva da questo forzato distanziamento sociale, apprezzerei ancora di più la piacevolezza di certi momenti che la serrata scansione dei ritmi quotidiani, proiettando troppo spesso la mente da ciò che si sta facendo a ciò che si deve fare, non consente solitamente di cogliere. Adesso che il tempo non manca, ce n’è per farmi la barba con il pennello, per preparare pietanze più elaborate, per fotografare i bei tramonti che si vedono da casa. Certo, questo rappresenta, per così dire, il condimento i cui piatti forti sono rappresentati, tanto per me che per moglie e figlia, da ciò che, in precedenza, avremmo voluto e che non abbiamo trovato il tempo di fare: film che ci sono scappati e che ripeschiamo su Netflix o su Sky; libri che ci eravamo ripromessi di leggere alla prima occasione ma anche, e non solo scaramanticamente, la programmazione di futuri impegni: il mio prossimo libro, il nuovo cortometraggio di Ginevra, gli esami da sostenere all’Accademia di Belle Arti per Clara, docente in pensione e neo studentessa. Il tutto cercando di non correre mai i rischi che la vita “tra le quattro mura” comporta: la prolungata immobilità e l’eccessiva contiguità. Alla prima facciamo fronte con frequenti “passeggiate” sul terrazzo che fortunatamente precorre quasi l’intero perimetro dell’appartamento. Trovandosi in una palazzina agli estremi margini della città, dove cioè inizia la campagna, quei “due passi all’aperto” rappresentano una sorta di privilegiata ora d’aria in stato di segregazione. Quanto alla seconda, è noto come il dover convivere in spazi relativamente esigui possa ingenerare tensioni, favorire screzi, innescare conflittualità e anche se nella mia famigliola si va, come si suol dire, d’amore e d’accordo, essa non è formata da monaci tibetani ed è dunque preferibile disinnescare sul nascere le condizioni che potrebbero causare un cambio di atmosfera.

Vi siete spartiti gli spazi fisici della casa?

Sì,  ci siamo assegnati un ambiente di riferimento: mia figlia Ginevra è ovviamente signora assoluta della sua stanza, mia moglie Clara padroneggia la cucina utilizzandone la superficie a penisola come piano di lavoro non solo culinario mentre la poltrona reclinabile del salone (che il nostro amato barboncino Albert tende a far sua alla prima occasione) e il prospiciente divanetto del terrazzo sono i pensatoi dei quali detengo il monopolio. Cercare di non pestarci troppo i piedi nel corso della giornata rende più piacevoli i momenti conviviali per i pasti o per la visione di un film, con le nostre tre poltroncine allineate davanti alla televisione. Quanto alla TV, cerchiamo di non cadere nella trappola che ci vorrebbe attanagliati ininterrottamente alle notizie dal fronte del contagio: rimanere informati e aggiornati è assolutamente doveroso,  ma cadere nella spirale dell’angoscia è deleterio. Come ha ricordato Raffaele Morelli in uno dei suoi sempre apprezzabili interventi, dall’angoscia alla paura il passo è breve. E visto che la paura produce cortisolo e che quest’ultimo abbassa le nostre difese immunitarie, è bene tenere alla larga sia l’una che l’altra. Una sorta di declinazione aggiornata del “ho scelto di essere felice perché fa bene alla salute” di Voltaire. E’ in quest’ottica che accolgo con grande piacere le sapide clip che Roberto Ciufoli invia periodicamente agli amici tramite WhatsApp: un diario dei suoi giorni di “reclusione casalinga” in cui coglie con ironia e arguzia aspetti curiosi, pubblici e privati, della situazione che sta vivendo. Dalle polo cui Borrelli non sa proprio rinunciare al condomino stonato che non si perde un flash mob per lo sconforto dei vicini.
Tutto questo non significa certamente ignorare la drammaticità di questi giorni ma essere consapevoli che non saranno la paura, l’angoscia e la psicosi ad aiutarci ad uscire dal tunnel quanto piuttosto la capacità di padroneggiare con equilibrio le nostre emozioni. E allentando la tensione, riuscire più facilmente a non deflettere da ciò che è assolutamente necessario: altre giornate tutte casa e casa.

Lisa Bernardini





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