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Editoriale del Direttore

Italia al lavoro

Credo proprio che il Bel Paese non si meriti o che comunque i suoi cittadini non possano accettare le ricorrenti esondazioni di tolla e pessimismo, salvo la rinuncia alla sopravvivenza. Stavo giusto pensando, questa mattina nel dormiveglia, che è impensabile che si possa accettare un ruolo supino e subalterno in un momento come questo e che tanto meno sia pensabile di sciupare le opportunità di rinascenza, che si determinano proprio per la inevitabile combinazione chimica che si determina toccando il fondo. Ecco, prendo lo spunto da quella bella ed esemplificativa serie di francobolli emessa nel 1950, ormai nota soltanto ai filatelici superstiti, ma testimone di una idea che fu motore propulsivo all’indomani del disastro bellico e pronuba degli anni dello sviluppo, fino e dopo il 1960, quando oltre i XVII Giochi a Roma, ci permettemmo di dettare lo stile e non soltanto botte di vita, richiamando l’attenzione universale sulla dolcezza e la bellezza firmate da una classe di immaginifici e coraggiosi capitani, di cui ci dovremmo ricordare d’essere eredi. Ed io, che non dimentico, vi dico che non dovremmo nutrire incertezze circa il ruolo che ci affidano inesorabilmente la storia e la geografia, stante la nostra naturale collocazione. Non credo che ci si possa sottrarre al dovere di riprendere la nostra funzione leader al centro del Mediterraneo, di naturale ed operoso complesso propulsivo posto dal destino a cerniera tra Africa ed Europa. Penso che ci si debba liberare assolutamente, il più velocemente possibile, del condizionamento mortifero dell’euro-buro-bancocentrica Commissione, nel senso di considerarlo come una fastidiosa nevralgia, quanto l’odiosa scadenza di un mutuo esagerato contratto con consulenti perfidi o pessimi. E quindi? Quindi tornare ad essere creativi e disinibiti, protagonisti, come lo furono Enrico Mattei, Adriano Olivetti, Gianni Agnelli, Giulio Onesti, Federico Fellini, Gianni Brera… Cerchiamo di riflettere, di capire e considerare che non esiste una via alternativa all’azione di riscatto, alla opportunità da cogliere senza indugi, quella di tornare ad essere Paese di riferimento e guida per l’intera area mediterranea, oggi devastata e depressa, dopo decenni di incaute, infelici e pelose iniziative di nostri partner europei ambiziosi, ma pericolosamente stupidi. Mi sembra demenziale distruggere l’economia dei vicini di casa, destabilizzarli, esporli ai venti del terrorismo e alle peggiori nefandezze in nome di una improbabile democrazia e poi limitarsi a piangere sul latte versato. Se oggi siamo additati dal New York Times come i campioni della lordura e Roma è considerata ostaggio del degrado, evitando i dettagli, possiamo ben dire che questo è il risultato di venticinque anni di osservanza alle regole ed alle pastoie restrittive oltre ogni ragionevole limite imposte da “EquiEuropa”, di fatto un mostro che – dall’inizio degli anni novanta del secolo scorso – si è sostituito al modello ideale degli Stati Uniti di Europa concepito da Mazzini, Spinelli, Monnet… Dunque, cosa fare se non riprendere la strada della progettualità, dell’intrapresa e della cooperazione internazionale, utilizzando risorse umane, naturali ed economiche che ci vengono dalla nostra storia e dalla nostra collocazione geografica? Orsù, rimbocchiamoci le maniche e non disperdiamo inutilmente energie ed occasioni. Prendiamo decisioni che rispondano al coraggio di governare, piuttosto che alla opportunità, facciamo delle scelte di cui si possa essere fieri e che ci possano ricollegare al tema della rinascenza , che come si sa non prescinde dalla virtù, quando la necessità lo impone.

Ruggero Alcanterini

Direttore responsabile de L’Eco del Litorale





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